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Cronaca grassa, alcolica e scorretta della trasferta bolognese da Osteria Bottega

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Non so se tutte le distribuzioni di vino hanno le stesse usanze di  quella per cui lavoro (Storie di Vite), ma almeno noi agenti a ogni incontro mangiamo e beviamo di più e parliamo sempre meno di lavoro. Se poi la meta è Bologna, la trasferta è la prima post Covid e per il ristoro si sceglie l’Osteria Bottega l’abuso di gastroprotettori è d’obbligo.

Le gioie però vanno conquistate e prima della mattanza gastronomica e alcolica ho ripreso per la prima volta la diversamente amata metropolitana verde di Milano e il treno, ovviamente in un giorno di pioggia. Separazione ovunque e terminologia involontariamente (?) da classismo dominano il viaggio, come la  sudorazione cambogiana sotto la mascherina.

Non pago del prevedibile martirio, viaggio con zaino pieno e racchetta da tennis per farmi divellere da Ivan De Chiara e rendermi ridicolo agli occhi dei viaggiatori.

Dell’Osteria Bottega ci sarebbe parecchio da dire, ma è anche vero che è un lustro abbondante che se ne parla ovunque. Trionfo dell’immagine più classica della Bologna grassa e orgogliosa, è allo stesso tempo avamposto tradizionale e meta gourmet.

I bolognesi duri, puri (e un po’ retorici) non gli perdonano prezzi più alti della media. L’esperienza però è di quelle appaganti, la qualità dei prodotti francamente superiore alla trattoria media locale e la gentilezza nel farci portare una dozzina di bottiglie in 7, senza diritto di tappo, non ha eguali.

Noi del settore siamo clienti difficili, diciamolo: gente che si mette a tavola alle 12.30 e si alza cinque ore dopo, che chiacchiera ad alta voce e beve quantità indecenti di vino, pure alla cieca.

risapute immagini (fuori fuoco) di enobullismo deteriore

A proposito di bere alla cieca: fa sempre bene, anche se la trovo pratica molto lontana dal vedersi per cazzeggiare e godere di un sano convivio alimentare. Ma la deformazione professionale ha sempre la meglio e si finisce per scoprire cose sorprendenti, in negativo e in positivo.

Tipo che Les Beaux Regards di Bereche può essere eccessivamente duro a cinque anni dal degorgement! O che il Grand Vintage 2012 di Moet & Chandon è bolla viva, energica e squillante, buonissima. Che Rinaldi Tre Tine 2011 ti riconcilia con il Barolo (e ne ho scritto su Intralcio) e Chantal Lescure esce sempre alla lunga.

In bellissima forma anche Radikon e Domaine du Collier, ero troppo alcolicamente stanco per La Trame 2004, mentre delusione spaziale per Les Monts Damnes 2010 di Pascal Cotat. Bottiglia sfortunata?

Lardo da capocciate al muro

Per tornare al cibo, conoscendo la leggerezza dei primi piatti bolognesi,come non anticiparli con vassoi pantagruelici di lardo, mortadella, spalla, cotto, culatello, salsiccia, cruda, parmigiano, crescente, ecc…

Poi naturalmente secchi di tagliatelle al ragù, tortellini e altri piatti tradizionali perfettamente eseguiti, tra cui scopro di amare le tagliatelle al culatello, che ho sempre pregiudizialmente snobbato come idea di accostamento.

Qualcuno di noi ha mostrato il coraggio di ordinare dei secondi, dove ci siamo scontrati con il piatto più violento che mente umana abbia mai concepito: la cotoletta alla bolognese, un infuso di colesterolo che personalmente non amo. Davvero eccessivo: è come se dopo aver buttato la nucleare su Hiroshima e Nagasaki i moderati americani avessero detto “Non è sufficiente”.

Infatti non è sufficiente, e qualcuno ordina anche dell’agnello, tra l’altro molto buono. Come se il sacro ovino potesse non essere buono poi…

  • E i dolci?
  • No i dolci no, signora, abbia pietà di noi
  • Va bene, niente dessert, vi faccio assaggiare solo una cosetta (e ritorna con altri vassoi di dolci…)

[Tutte le immagini, belle o brutte che siano, sono proprietà di Adriano Aiello]