La canzone del giorno: Salisbury – Uriah Heep 1971

La canzone del giorno: Salisbury – Uriah Heep 1971

Se c’è stato un gruppo cult nell’hard rock (con sporadiche riminiscenze prog) inglese di inizio anni ’70 questi sono gli Uriah Heep.

Oscurati da Led Zeppellin, Deep Purple e Black Sabbath, poco celebrati (se non proprio disprezzati inizialmente) e riscoperti tardivamente, hanno conosciuto piccole gioie commerciali grazie a Gipsy nell’esordio Very ‘eavy Very ‘umble, senza mai spiccare mai il volo commercialmente parlando.

Tranne in Italia dove ebbero probabilmente i migliori risultati d’Europa.

Per quanto band coesa e poco portata a personalismi vanesi, il dittico compositivo originale era riassumibile dal chitarrista Mick Box e dal cantante David Byron, ma è l’arrivo del tastierista a Ken Hensley dare una sterzata pentagrammatica alla band.

Salisbury (l’album) è un bel caleidoscopio di sonorità e invettive, alcune delle quali piuttosto avveniristiche. Tutte però all’interno di una struttura essenziale, quasi cartesiana, con un poche divagazioni strumentali.

Grazie a un’ottima rimasterizzazione è anche album che suona molto bene anche oggi. Molto più dei successivi, soprattutto di Demons and Wizards, altro lavoro impeccabile.

La title track però è un caso a sé, un episodio isolato e una concessione al primo dilagare di suite acrobatiche del periodo. Eppure è pezzo clamorosamente ispirato e capace di mettere insieme una serie di suggestioni molteplici con una maturità insospettabile.

Buttiamoci l’orecchio

Ora, la suite per molti è una iattura, qualcosa di prolisso e mai necessario, soprattutto il manifesto musicale di un periodo che ora ci piace considerare “antico”. Invece è un genere nel genere con decine di casi immortali che non è il caso di mettersi a elencare.

Salisbury è un pezzo progressive più nella concettualizzazione e nelle orchestrazioni affidate a John Fiddy (che aveva messo già le mani nella irripetibile Valentyne Suite dei Colosseum) che in concreto.

Pullula di squarci psichedelici e boogie, ha un andamento più da jam session (nelle fughe strumentali) che da partitura chirurgica e ha una facilità di ascolto assoluta.