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La recensione del documentario di Netflix, Pelé: il re del calcio

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Dilagano i documentari sportivi, non la qualità di questi, sempre in bilico tra l’agiografia e una certa enfasi precotta e televisiva. Non si sottrae assolutamente a questa maniera Pelè: il re del calcio, ovviamente targato Netflix.

Non aiuta probabilmente il personaggio, la cui epica è intrinsecamente soffusa dal carattere conformista dell’uomo Pelé: testa china sul campo, abile a gestire una popolarità incredibile con un cervello da politico, capace di piacere a tutti, scaldare il cuore carioca e abbracciare allo stesso tempo la dittatura militare ventennale.

Edson Arantes do Nascimento è d’altronde un eterno spot per il calcio e la cultura brasiliana, ma non esattamente un uomo con tratti cinematografici, nonostante i suoi rapporti con il potere e con la sua gente contengono spunti che il doc di Ben Nicholas e David Tryhorn affrontano in modo scolastico e banale.

Anche perché come nel caso della serie su Micheal Jordan, la narrazione è sostanzialmente limitata alla voce del protagonista, alla sua memoria e alle sue lacrime, che arrivano come sempre in modo così asservito che non coinvolgono.

Eppure, senza stare a farla lunga sulle scelte narrative e sugli elementi biografici, sulla superficialità della sua fase giovanile o sull’eccessiva centralità dei suoi successi nei campionati del mondo, il film si apre a un paio di riflessioni, una tecnica, un’altra contenutistica, quest’ultima probabilmente involontaria.

Con i canoni contemporanei, ricchi di campioni ultratrentenni, se non quarantenni, sorprende infatti come tutta la parentesi sul Mondiale 1970 sia racconta come una dimostrazione di Pelé di essere ancora vivo e determinante. Può essere uno stratagemma per dare vigore al verbo dell’ascesa e della caduta (ma senza caduta nel caso di Pelé, appunto), analoga alla simulazione allo scioglimento dei Queen in Bohemian Rhapsody.

Parliamo di un fuoriclasse assoluto che non aveva compiuto ancora 30 anni e che quattro anni prima, nel 1966 aveva deciso che non avrebbe più disputato un mondiale. Non è ovviamente il realismo che interessa lo spettatore, nemmeno in un documentario, ma la motivazione che guida una scelta.

Certo Pelé calcisticamente è stato spremuto a ritmi impressionanti, tanto che anche sul suo incredibile storico realizzativo ci sono dubbi statistici e storiografici, ma questa distanza con le leggi anagrafiche sportive contemporanee è data per scontata e mai approfondita.

Stupisce invece un elemento formale (almeno a me che sono stato montatore in passato e che sono ora sicuramente un po’ indietro con le possibili della tecnica) inerente la riproposizione dei momenti televisivi soprattutto quelli legati al Mondiale del 1970, dove le migliorie tecniche delle riprese televisive le hanno permesse.

Alcune inquadrature, drammatizzazioni e fuori fuoco sono tipiche di un’estetica moderna e quindi molto probabilmente sono ricostruite lavorando sulle riprese originali (che spesso, infatti, vengono alternata a questa specie di “seconda realtà”).

Nulla di nuovo, anni fa Pablo Larraìn mi aprì un mondo su queste possibilità formali in un’intervista legata al film Jackie, ma nel film sul campione brasiliano è il dettaglio di questi inserti a sorprendermi, soprattutto le sequenze in campo a 1ora e 23 minuti del film (perdonate ma Netflix impedisce la sacra arte delle schermate), in cui la corsa di Pelè è ripresa con una vividezza incredibile, e dubito che sia un particolare originale e non enfatizzato in montaggio.