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La recensione di Top Gun: Maverick

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Ci voleva il ritorno di Top Gun e l’energia contagiosa di Tom Cruise per ritrovare al cinema un film capace di instaurare un rapporto cosi complesso e dinamico con lo spettatore: renderlo attivo, partecipe, desideroso di mettersi in gioco emotivamente. E svelarci il desiderio più intimo della Hollywood di oggi.

Mi pare sicuramente questo l’elemento fondamentale del sequel diretto dal fido Joseph Kosinski: un ritorno alle origini, in grado di rielaborare lucidamente la mitologia del suo protagonista e il concetto stesso di divismo, senza aver praticamente bisogno di antagonismi reali.

Non ci sono, infatti, forti scontri in Maverick, che non siano i naturali tentennamenti emotivi del suo protagonista. Pochi i conflitti interni (di squadra, amorosi, perfino di ego), esterni o ideologici. Al massimo c’è “uno stato canaglia” senza volto, i cui progetti al plutonio sono il pretesto per l’ultima missione del pilota, combattuto tra la sua natura egocentrica e il suo nuovo sguardo paterno di mentore.

Soprattutto Top Gun è un film moderno e trasversale come deve essere un blockbuster, ma con delle cesure nette in termini di ricezione tra le generazioni degli spettatori (e anche dei critici): non racconta solo il percorso del suo protagonista, ma, appunto, quello delle persone che si sono nutrite della sua epica originale. E non è importante di come se ne siano nutrite, se l’abbiano subita, apprezzata, contrastata o adorata.

Allo stesso tempo non è l’ennesimo film sulla nostalgia. Top Gun è, sì, fatto di ricordi e rimandi, strizza l’occhio a un certo feticismo facile, ma anche su questo piano procede non imponendo mai un’idea dei tempi che va a rievocare, non produce uno “story telling”, insomma, piuttosto matura il desiderio di chi va AL CINEMA di vedere un film svincolato dalla dittatura dei temi contemporanei, mostrandoci una nuova strada per Hollywood, un desiderio piuttosto chiaro.

La centralità del film di Kosinki è anche questa. Esce dai binari e si presenta privo di quel revisionismo posticcio che ha annacquato l’epica di qualsiasi saga e film generazionale che originariamente non avevano alcun interesse nel parlare manifestamente di gender, patriarcato, pianeta o alimentazione.

Top Gun rispetta il desiderio dello spettatore di ricreare una propria mitologia, di gasarsi e di vedere quello lì continuare a correre e andare ancora in moto senza casco, con gli occhiali a goccia, con il suo giubbotto di pelle, stretto a una donna. Di godersi un solido susseguirsi di emozioni forti e primarie, che siano abbracci virili, ammiccamenti in spiaggia o le fughe alla finestra con le mamme al posto delle figlie.

La misura e la tecnica fanno il resto, soprattutto fa capolino nel film l’ironia, perfetta per bilanciare i picchi di eroismo più vorticosi o rendere piuttosto indimenticabile l’incontro con Iceman.